Borse nervose sui timori di un rallentamento dell’economia


Una settimana all’insegna del nervosismo quella che si è chiusa ieri dopo una serie di dati economici deboli provenienti dall’Eurozona i quali hanno intensificato i timori sulla solidità della crescita globale e minacciato il rally
dei titoli azionari. Indicazioni arrivate al termine di una settimana segnata dagli annunci della Federal Reserve sul mantenimento dei tassi fermi per il 2019 a cui si sono aggiunte le incertezze sulla Brexit.

In chiusura di settimana, obbligazioni ed equity si sono mossi in senso contrario con le Borse europee che hanno terminato in territorio negativo mettendo in fuga gli operatori alla ricerca di porti più sicuri a cominciare dai titoli di Stato, come succede nei momenti
di incertezza. Una dimostrazione di questo sentiment è stato l’andamento del Bund tedesco a 10 anni scambiato con un rendimento negativo, mentre per la prima volta dal 2007 la curva dei titoli obbligazionari americani ha subito una inversione di andamento con i rendimenti dei bond a tre mesi scambiati a tassi superiori rispetto a quelli a dieci anni (2,467% contro 2,444 per
cento).


Parigi lascia sul terreno il 2,02% con il Cac 40 a 5.269 punti. Così come Londra che cede il 2,01% con il Ftse 100 a 7.207
punti. Francoforte perde l’1,61% con il
Dax a 11.364 punti. Negativa anche la Borsa di Milano con il Ftse Mib -1,38% sotto pressione per le vendite sui titoli bancari in particolare UniCredit (-4,5%), Ubi (-4,48%) e Banco Bpm (4,35%), mentre Intesa Sanpaolo ha registrato un ribasso del 2,6%
e Mediobanca ha arginato i danni con -0,8 per cento. Negativi anche gli indici americani con il Dow Jones Industrial Average
a -1,42%, l’ S&P 500 -1,55% e il Nasdaq Composite -2,0 per cento.

A fare scattare il sell off è stato il dato del settore manifatturiero tedesco che ha mostrato una frenata dell’industria a marzo a causa del rallentamento del settore automobilistico oltre a quello europeo, con l’indice Pmi sceso ai minimi da sei anni.


Le conferme delle incertezze sull’andamento dell’economia europea erano state anticipate in settimana dagli annunci della Federal Reserve sull’improbabile aumento dei tassi nel corso dell’anno dopo una serie di incrementi iniziati tre anni fa. Questo cambio di tattica da parte della Fed ha diviso il mercato: c’è chi ritiene che questo sia l’ultimo segnale di un rallentamento della crescita economica non solo
negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Per altri, una Fed più accomodante potrebbe prolungare il mercato rialzista. Di
fatto, pochi credono che sia imminente una recessione negli Stati Uniti.

In questo contesto di incertezza, si inserisce la regina di tutte incertezze ovvero la Brexit. La data di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non è stata ancora definita. La proroga di due settimane concessa da Bruxelles al premier Theresa May per approvare il deal la prossima settimana è difficile che possa sortire qualche risultato, alla luce della divisione in atto del Parlamento mentre aumentano le probabilità di una uscita senza accordo, lo scenario
peggiore sia per il Regno Unito sia per l’Europa: gli analisti di Goldman Sachs hanno ridotto la probabilità di un accordo
solo al 50%, aumentando le possibilità di un “no-deal” al 15 per cento. La banca assegna una probabilità pari al 35% all’ipotesi che la Brexit alla fine non si farà.

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