Crisi bancarie: paracadute pubblico sempre necessario


La corte di Strasburgo ha dato ragione all’Italia, ma al di là della questione giuridica sulla natura privatistica o no del
Fondo interbancario di tutela dei depositi, ha di fatto messo in discussione il rigore della Commissione europea nella gestione
delle crisi bancarie dopo che la direttiva BRRD aveva chiuso la porta ai capitali pubblici. E va ricordato che la stalla era
stata chiusa dopo che i buoi francesi, tedeschi, spagnoli e inglesi erano tranquillamente scappati. Fuori era rimasta solo
l’Italia le cui banche – essendo rimaste immuni dalle febbri dei titoli “tossici” e della bolla edilizia – avevano l’unico
torto di essere colpite con un ritardo dovuto esclusivamente a fattori ciclici.


La Commissione ha assunto un criterio ancora più restrittivo di quello della Direttiva, senza prendere in considerazione che
nell’ansia di affermare il principio del rigore si sono applicati i nuovi criteri del burden sharing e del bail-in alle passività
bancarie già emesse e anche a quelle sottoscritte da risparmiatori individuali. Giuridicamente possibile, ma nei fatti si
sono cambiate le regole a gioco già iniziato. Questo avrebbe consigliato nelle prime applicazioni una flessibilità che la
signora Verstager ha categoricamente rifiutato.

La disponibilità di capitali privati (nell’interpretazione restrittiva bocciata a Strasburgo) è stata considerata come il
banco di prova della possibilità di far sopravvivere una banca in crisi. Una sorta di giudizio di Dio di sapore medievale.
Senza tener conto del fatto che in un mercato azionario che già penalizza pesantemente le banche sane, trovare investitori
disposti a impiegare capitali in banche in crisi è una nuova versione di Mission Impossible.

Gli Stati Uniti – che hanno lasciato ampiamente la crisi alle loro spalle – hanno risanato mille delle 1500 banche dichiarate
problematiche dopo la crisi. E guarda caso, nella maggior parte degli esiti favorevoli è stato utilizzato uno strumento che
usa fondi forniti dallo stesso meccanismo di assicurazione federale dei depositi (che ha sicura natura pubblica). Si tratta
del cosiddetto Loss-share purchase and assumption, in cui la Fdic assume una certa parte del rischio di perdita, entro limiti
predeterminati.


Perché piaccia o no, meccanismi di backstop pubblici sono sempre necessari per risolvere le crisi bancarie. La storia delle
liquidazioni italiane di questi anni (fino ad arrivare al caso delle banche venete) dimostra come in nome di un astratto rigore
“di mercato” sia stata di fatto realizzata un’enorme distruzione di valore. Quando tante banche (spesso solo la parte migliore
di esse) sono state vendute al prezzo di una tazzina di caffè, solo perché non c’erano capitali privati disposti ad appoggiare
piani di risanamento che avevano non poche probabilità di successo, qualcuno a Bruxelles dovrebbe avere l’onestà intellettuale
di fare autocritica.

Ma non basta. Il caso Tercas come ha ricordato ieri “Il Sole – 24 Ore” ha costituito un precedente che ha sbarrato la strada
a soluzioni meno traumatiche come nel caso delle quattro banche poste in liquidazione alla fine del 2014 e soprattutto ha
impedito al governo italiano di resistere alla decisione della Commissione. Come avrebbero reagito i mercati? Si è chiesto
ieri l’ex ministro Padoan.


Ma soprattutto, nelle more del ricorso, la Bce non avrebbe potuto erogare credito perché si sarebbe di fatto schierata contro
la massima istituzione comunitaria. In mancanza di un meccanismo di appello di urgenza (quello che è previsto in tutte le
giurisdizioni amministrative e civili nazionali) la Commissione finisce così per avere un autentico diritto di vita e di morte
sulle banche in crisi. Avere ragione oggi a cinque anni di distanza è una ben magra consolazione dopo il danno subito dai
risparmiatori e dall’intera comunità bancaria nazionale. Ma è la prova che le responsabilità vanno cercate soprattutto a Bruxelles,
non a Roma come vogliono certi processi sommari.

© Riproduzione riservata



Source link