Notre-Dame, l’incendio dei luoghi comuni: e se fosse successo in Italia?


Non ci fraintendete. Qui nessuno mette in discussione l’importanza di Notre-Dame per Parigi, la storia di Francia, d’Europa,
del mondo, l’opera d’arte immensa, la fonte d’ispirazione di eccelsi artisti e il pezzo d’immaginario collettivo che abbiamo
rischiato di perdere la sera del 15 aprile. Qui il tema non il disastro di le de la Cit, ma come stato percepito dall’opinione
pubblica e raccontato dai media: una tragedia, qualcosa di paragonabile all’11 settembre o all’alluvione di Firenze. Eppure
stato qualcosa di molto diverso, di pi vicino all’incendio della Fenice di Venezia o al crollo della Schola Armatorum a
Pompei.

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Realt sacrificata alla narrazione
Qui i terroristi non c’entrano, n l’odio verso la cultura occidentale, il simbolo dell’Europa prima e dell’europeismo di
conseguenza. Non stata neanche una catastrofe naturale, qualcosa di imponderabile un minuto prima che accadesse e implacabile
un minuto dopo. Non c’entra insomma la retorica del 90% delle argomentazioni che abbiamo sentito e letto a caldo, dopo l’incendio.
Qualcuno ha detto che brucia l’anima dell’Europa, non solo quella cristiana, qualche altro ha scritto del tesoro perduto,
qualche altro ancora che Notre-Dame non c’ pi, sacrificando all’enfasi della narrazione la realt dei fatti. Perch Notre-Dame
a guardar bene c’ ancora, per qualto un po’ malconcia. E, sempre a ben guardare, non la prima volta che le capita, in 837
anni di storia.

Il buonsenso del rinnegato Depardieu
Chi ha raccontato e, ancora di pi, commentato il rogo ha spesso e volentieri sbagliato categorie: lasciate perdere tragedia
e catastrofe. L’ultima parola la avranno le indagini in corso per disastro colposo, ma sembra sempre pi evidente che abbiamo a che fare con l’imperizia, forse un errore umano, mi subito tornato in mente
il rogo del Teatro la Fenice di Venezia. Era il 1996, oggi siamo nel 2019. pazzesco che si possano ripetere episodi terrificanti
di questo genere, ha detto l’attore Grard Depardieu, francese rinnegato per motivi fiscali, tra i pochissimi a centrare
senza retorica il cuore del discorso, con una lucidit che al di sopra delle parti. Qui a quanto pare c’entrano la concentrazione
di polveri e l’assenza di un sistema anticendio automatico, come due anni fa denunciava lo studio di Paolo Vannucci, docente di meccanica all’Universit di Versailles. Un italiano, ma pensa te.

Una faciloneria italiana, troppo italiana
Quella che ha probabilmente scatenato l’incendio di Notre-Dame stata una faciloneria italiana, troppo italiana. La provocazione
d’obbligo: come avrebbe reagito il mondo se un disastro simile fosse accaduto da noi, alla Galleria degli Uffizi o, ancora,
al Pantheon di Roma, non a caso inserito da Vannucci nella lista degli edifici storici con problemi analoghi a quelli della
cattedrale di Notre-Dame? Non difficile immaginarselo, dopo tutto si tratta di un film che abbiamo gi visto. Quando and
in fumo la Fenice citata da Depardieu e tutte le volte che c’ stato un crollo a Pompei: altro che Parigi vittima di perdita
incommensurabile, collette internazionali da 700 milioni e parigini in lacrime sul Lungosenna.


Les italiens e altri luoghi comuni
Sarebbero subito partiti processi sommari che neanche nella fase del terrore: chi aveva il compito di controllare e non lo
ha fatto? Se non si restaurato, perch non si restaurato? Se si restaurato, perch si restaurato male? E soprattutto,
siccome siamo al di qua delle Alpi: chi ha rubato? Nella stagione dei crolli a Pompei, l’Unesco minacci di cancellare l’area
archeologica vesuviana dalla lista dei Beni patrimonio dell’umanit. Qualcuno arriv persino a ipotizzare una manina misteriosa
che tirava gi i muri e avvertiva la stampa per chiss quali secondi fini. Chi vuoi che faccia lo stesso stavolta? Non ce
la prendiamo troppo: da eredi morali di Jessica Rabbit, noi italiani non siamo cattivi, ci disegnano cos. Incatenati ai luoghi
comuni delle t-shirt da esportazione col volto sacro di don Vito Corleone, per l’opinione pubblica globale siamo Les italiens. Proprio come ci etichettano da sempre i cugini d’Oltralpe.

L’eterna condanna del non prendersi troppo sul serio
Comunque la vogliate mettere, dalla triste vicenda e soprattutto dalla rappresentazione mediatica che ne seguita si trae
un doppio insegnamento, piuttosto elementare. Uno: i beni artistici sono vulnerabili per definizione e di premure da adottare
per conservarli non ce ne sono mai abbastanza. In Italia come in Francia o a qualsiasi altra latitudine. Due: i francesi,
secondo il grande Jean Cocteau, sono degli italiani di cattivo umore. Gli italiani, all’opposto, sono dei francesi di buon
umore. Morale della favola: a differenza loro, nessuno ci prende troppo sul serio. E a ben guardare neanche noi lo facciamo.

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  • Francesco Prisco. Francesco Prisco è redattore al Sole 24 Ore, dove si occupa di economia della cultura e dell’entertainment.
    Nato a Pompei (Napoli) nel 1976, è laureato in Lettere classiche. Professionista dal 2004, …



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